Perché iniziamo ogni progetto con una «giornata storta»
Quando ci sediamo per la prima volta con un’azienda, non chiediamo «cosa vi serve». Chiediamo un’altra cosa: «raccontateci una giornata storta». Quella in cui è saltato tutto, in cui qualcuno ha alzato la voce, in cui a fine giornata nessuno sapeva più a che punto fosse una pratica. Perché è lì, nel racconto di una giornata andata male, che si vede davvero come lavora un’azienda — e dove le fa male. È da questa analisi dei processi aziendali che parte ogni nostro progetto, molto prima di aprire l’editor.
Cosa intendiamo per «giornata storta»
La giornata storta è un trucco onesto. Se chiedi a un imprenditore cosa gli serve, ti risponde con una soluzione già confezionata: «un gestionale nuovo», «un’app», «un portale per i clienti». Ha già deciso, e spesso ha deciso guardando cosa usa il concorrente o cosa gli ha proposto l’ultimo fornitore.
Se invece gli chiedi di raccontare il giorno in cui tutto è andato per traverso, smette di vendersi la soluzione e comincia a descrivere il problema. E il problema, quasi sempre, è diverso da quello che pensava.
Ascoltiamo il flusso reale, non l’elenco delle funzioni
La parte centrale del nostro lavoro, in questa fase, è stare zitti e guardare. Ci facciamo accompagnare lungo il flusso vero: chi riceve l’ordine, dove lo scrive, chi lo prende in carico, cosa succede quando arriva in produzione, come torna indietro l’informazione. Non l’organigramma appeso al muro — il percorso reale che fa un’informazione dal momento in cui entra a quando esce.
Un’analisi dei processi aziendali fatta bene serve proprio a questo: separare come le persone dicono di lavorare da come lavorano davvero. Le due cose non coincidono quasi mai, e la distanza tra le due è dove si annidano gli errori.
Dove si nasconde l’attrito
Man mano che seguiamo il flusso, cerchiamo l’attrito: i punti in cui il lavoro rallenta, si duplica o si perde. Non è mai spettacolare. Sono piccole cose che, ripetute cento volte al giorno, diventano una zavorra. Qualche esempio che troviamo praticamente ovunque:
- La caccia al file. Cinque minuti per ritrovare l’ultima versione del preventivo, tra la mail, il desktop di qualcuno e una cartella condivisa che nessuno ha più il coraggio di riordinare.
- Il doppio inserimento. Lo stesso dato — un cliente, un ordine, un indirizzo — digitato una volta nel gestionale e una volta nel foglio Excel, perché i due non si parlano.
- Il passaggio tra reparti. L’informazione che si ferma sulla scrivania di qualcuno, aspetta, viene ricopiata, e nel tragitto tra commerciale e produzione perde un pezzo per strada.
Nessuno di questi punti, preso da solo, sembra un dramma. Ma è la somma che spiega perché a fine mese si lavora tanto e si conclude poco. È lo stesso meccanismo che raccontiamo quando il problema non è il software, ma quanti software hai: l’attrito non sta dentro un programma, sta nei vuoti tra un programma e l’altro.
Il software giusto non nasce da cosa un’azienda chiede, ma da dove si fa male mentre lavora.

Il problema dichiarato non è quasi mai il problema vero
Ed eccoci al cuore del metodo. Il problema che un’azienda dichiara è la punta dell’iceberg; quasi sempre è il sintomo, non la causa.
«Ci serve un CRM» spesso significa «i commerciali non si fidano dei dati». «Vogliamo un’app per i tecnici» a volte vuol dire «le informazioni dal cantiere arrivano tardi e sbagliate». «Ci serve un sito che venda» può nascondere un problema che con il sito non c’entra niente. Se ci fermassimo al problema dichiarato, costruiremmo lo strumento sbagliato: bello, funzionante, e inutile — perché risolve il sintomo e lascia intatta la causa.
Distinguere il problema dichiarato dal problema vero è la ragione per cui insistiamo tanto su questa fase. Un’ora spesa a capire davvero ne fa risparmiare venti in sviluppo di cose che nessuno userà.
Perché facciamo tutto questo prima di scrivere codice
Scrivere codice è la parte facile e costosa. Facile perché, una volta chiaro cosa serve, è mestiere. Costosa perché ogni riga scritta sulla base di un’analisi sbagliata va poi buttata, e buttare lavoro fatto è la spesa più silenziosa e più alta di tutte.
Per questo il nostro punto di partenza non è la tecnologia, ma l’analisi dei processi aziendali e l’ascolto di come lavori davvero. La tecnologia arriva dopo, quando sappiamo esattamente dove fa male e perché. Che poi sia un software su misura, un’integrazione tra due sistemi che già hai o, a volte, semplicemente rimettere in fila un processo, lo decidiamo insieme — ma solo dopo aver capito la giornata storta.
Non promettiamo niente in questa fase, e non parliamo di preventivi. Ascoltiamo. Perché il modo migliore per costruire lo strumento giusto è, prima di tutto, avere il coraggio di guardare bene il problema.
Anna De Carolis
Social Media Manager e Content Strategist di SpsProject. Si occupa della comunicazione digitale, della gestione dei canali social e della creazione di contenuti per il blog aziendale. Appassionata di tecnologia e innovazione, traduce il mondo dello sviluppo software in contenuti accessibili e coinvolgenti.
