Le 200 ore che non trovi in nessun bilancio
Venerdì, tre e mezza del pomeriggio. In ufficio è quasi silenzio, qualcuno ha già staccato. E c’è una persona — di solito la più precisa che hai — davanti a due schermi, con il CRM aperto da una parte e il gestionale dall’altra, che controlla riga per riga se i due dicono la stessa cosa. Cliente per cliente. Ordine per ordine.
Non ha un nome ufficiale, quel lavoro. In azienda si chiama «sistemare le cose prima del lunedì». Nei manuali si chiama riconciliazione manuale dei dati: ricopiare a mano, da un sistema all’altro, informazioni che dovrebbero già coincidere. Non compare in nessuna voce di bilancio, non ha un centro di costo, nessuno l’ha mai approvata in consiglio. Eppure la paghi. Facciamo i conti insieme.
Quattro ore a settimana. Sembrano poche.
Chiedilo alla persona che lo fa, non a chi guarda dall’alto. La risposta, quasi sempre, sta fra le tre e le cinque ore a settimana. Prendiamo il numero prudente: quattro.
Quattro ore sembrano niente. Sono mezza giornata. Il punto è che non le moltiplichi mai, e finché non le moltiplichi restano invisibili:
4 ore × 52 settimane = 208 ore all’anno. Poco più di un mese di lavoro pieno, ogni anno, speso a ricopiare dati da un programma a un altro.
Ventisei giornate lavorative. Se avessi un dipendente assunto solo per quello, lo vedresti: avrebbe una scrivania, un contratto, una riga nel costo del personale. Invece è distribuito a fette da quattro ore su tutto l’anno, quindi non lo vede nessuno.
Il costo in euro mettilo tu, che conosci i tuoi numeri. Prendi il costo aziendale orario della persona che fa quel lavoro — non il netto in busta, il costo pieno — e moltiplicalo per 208. Con una figura amministrativa o commerciale, in una PMI del Veneto, siamo facilmente sopra i 5.000 euro l’anno. Per un lavoro che non produce niente di nuovo: sposta informazioni che l’azienda ha già.
La parte che il calcolo non prende
E qui viene il bello, perché quei 5.000 euro sono la parte facile. Sono anche la parte meno grave.
Non è chiunque: è la persona giusta
Un lavoro di riconciliazione manuale non lo puoi dare al primo che passa. Serve qualcuno che conosca i clienti, che si accorga se un dato è strano, che sappia distinguere un errore di battitura da una condizione commerciale diversa. Serve competenza.
Quindi lo fa la persona più esperta. Cioè esattamente quella che, in quelle 208 ore, avrebbe potuto richiamare i clienti fermi da sei mesi, sistemare i listini, seguire una gara, formare la persona nuova. Il costo vero non è quello che paghi: è quello che quella persona non ha fatto mentre ricopiava. In economia lo chiamano costo opportunità. In azienda si chiama «non abbiamo mai tempo per queste cose».
L’errore ci sarà, ed è statistica
Poi c’è l’errore umano, ed è inutile fare gli offesi: è matematica, non incapacità. Chi ricopia dati a mano sbaglia in una percentuale piccola di righe, sempre. Alla centesima riga di un venerdì pomeriggio sbaglia un po’ di più.
Su 208 ore di ricopiatura, qualche errore passa. Un indirizzo di consegna vecchio, uno sconto riportato male, una quantità con uno zero di troppo. Nessuno di questi è drammatico da solo. Il problema è cosa succede dopo: quando salta fuori l’errore, la fiducia nei dati crolla. E quando la fiducia crolla, si controlla ancora di più. Più controlli, più ore. Più ore, più stanchezza. È un circolo che si autoalimenta, ed è il motivo per cui queste 208 ore tendono a crescere, non a calare.

La demotivazione non la misuri, ma la senti
L’ultimo costo è il più silenzioso. Nessuno è entrato in azienda con l’ambizione di fare copia-incolla fra due software. È un lavoro che non lascia niente: alla fine della giornata non hai costruito nulla, hai solo evitato che due sistemi si contraddicessero.
Le persone brave se ne accorgono. Non sbattono la porta per questo — ma è una delle cose che si dicono quando, un anno dopo, ti spiegano perché hanno accettato l’altra offerta.
La direzione: far viaggiare i dati nei due sensi
Allora, che si fa? La risposta non è «lavorate più veloci», e non è nemmeno cambiare CRM per la terza volta — un CRM diventa una rubrica costosa proprio perché è scollegato, non perché è fatto male.
La direzione è togliere il lavoro, non ottimizzarlo: se un dato esiste già in un sistema, l’altro deve poterselo prendere da solo. Tecnicamente si chiama integrazione bidirezionale, e la parola importante è «bidirezionale»: i dati viaggiano nei due sensi, non solo dal gestionale al CRM.
Nella pratica vuol dire una cosa sola: ogni informazione ha un posto dove si scrive, uno solo, e da lì raggiunge gli altri sistemi da sola. L’anagrafica e i pagamenti li comanda il gestionale. Le trattative e le note le comanda il CRM. Nessuno ricopia niente, perché non c’è più niente da ricopiare.
Non è un progetto da un anno, tra l’altro. Nella maggior parte dei casi il grosso di quelle 208 ore sta in tre o quattro dati soltanto: cliente creato, ordine confermato, fattura emessa, pagamento incassato. Sistemi quelli e il venerdì pomeriggio si libera.
Il conto, prima della soluzione
Se sei arrivato fin qui, il consiglio è di non partire dalla tecnologia. Parti dal conto. Chiedi a chi lo fa quante ore ci mette davvero in una settimana, moltiplica per 52 e guarda il numero.
Se ti esce qualcosa fra le 100 e le 200 ore, sappi che è normale — è la stessa cifra che vediamo in quasi tutte le PMI che hanno accumulato software che non si parlano — e sappi anche che è un numero su cui si può intervenire. Capire quali dati oggi vengono digitati due volte è un lavoro di analisi dei processi, non di programmazione: viene prima, e spesso è la parte che fa la differenza.
Poi decidi tu se quelle 200 ore valgono la pena di essere recuperate. Ma almeno, da adesso, sai che ci sono.
Anna De Carolis
Social Media Manager e Content Strategist di SpsProject. Si occupa della comunicazione digitale, della gestione dei canali social e della creazione di contenuti per il blog aziendale. Appassionata di tecnologia e innovazione, traduce il mondo dello sviluppo software in contenuti accessibili e coinvolgenti.
